Marilyn Manson in concerto all’Ippodromo di Milano, dallo shock rock al rock e basta – RECENSIONE E SCALETTA

Written by on 20 giugno 2018

Marilyn Manson in concerto all’Ippodromo di Milano, dallo shock rock al rock e basta - RECENSIONE E SCALETTA



Butta il microfono a terra una, due, cinque, dieci, venti volte. Lo lascia cadere con noncuranza a metà canzone, lo getta lontano alla fine di molti pezzi, lo lancia nella “buca” dei fotografi dopo l’ultimo brano. A volte se la prende con le aste dei microfoni e il palco diventa un viavai di tecnici allarmati che affrettano a recuperare e raddrizzare cose. Fa pause inspiegabilmente lunghe fra una canzone e l’altra. Magari il clima s’è fatto caldo, la gente aspetta un altro pezzo forte, ora, subito, e invece le luci si spendono e lui sparisce. Guida un trio che suona un hard rock diretto ed essenziale. Non ci sono effetti strabilianti, né trovate musicali originali, sono un’ora e mezza di vecchio hard rock distorto, suonato e urlato con cattiveria.

E insomma, no, questo Marilyn Manson normalizzato, questo shock rocker diventato rocker e basta non fa più paura. Forse perché il suo concerto, visto ieri sera all'apertura del Milano Summer Festival all'Ippodromo San Siro, non è più uno spettacolo imprevedibile. Forse perché la formazione che lo accompagna è stata ridotta da due defezioni nel corso degli ultimi mesi e ora prevede solo il chitarrista Paul Wiley, il bassista Juan Alderete, il batterista Gil Sharone e qualche base. Forse perché l'epoca degli shock culturali è passata per sempre. Sopra le teste dei musicisti ci sono due grandi doppie croci, alle loro spalle il pulpito da cui il reverendo urlerà “pentitevi!”, dietro la bandiera americana a croci e strisce. Lui, Manson, sale sul palco avvolto da fumi. Accompagnato da riff quadrati e brutali, interpreta i testi con fare incazzoso e teatrale, si butta in ginocchio all’occorrenza, tira fori un canto strozzato e gutturale.

Non c’è grande spazio per lo spettacolo, a parte un paio di cambi di fondale e di vestito. E Manson non calca la mano vestendo le sue celebri maschere. Succede qualcosa durante “KILL4ME” quando una ragazza sale sul palco accompagnata dal classico “o-le-le o-la-la faccela vede’, faccela tocca’”. Ne salgono altre e ballano durante il pezzo e su richiesta di Manson fanno i coretti, stonatelle. Una vorrebbe abbracciare la rock star, lui non ci pensa neanche lontanamente, però alla fine rivolge a tutte un “I love you so much” e le congeda battendo il cinque.

C’è l’entusiasmo del pubblico, c’è un sound rabbioso, ci sono le canzoni. Peccato che le lunghe pause fra una canzone l’altra impediscano di creare un discorso, una narrazione, un po’ di continuità nel concerto che si chiude con “Say10” e con quelle parole ripetute fino allo finimento “You say God, I say 10”, leggasi “Satan”. Manson getta il microfono, fa ciao con la mano e se ne va. Gli altoparlanti trasmettono la cover di “God’s gonna cut you down” di Johnny Cash. Fuori dall’Ippodromo, i baracchini passano “La danza per la panza”. Non c’è più religione. E non c’è più nemmeno l’anticristo superstar.

SETLIST:

Irresponsible Hate Anthem
Angel With the Scabbed Wings
Deep Six
This Is the New Shit
Disposable Teens
mOBSCENE
Kill4Me
I Don't Like The Drugs (But The Drugs Like Me) / The Dope Show
Sweet Dreams (Are Made of This)
Antichrist Superstar
The Beautiful People
Cry Little Sister
Coma White
Say10

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