Lodo Guenzi: «La libertà è la più alta forma di disciplina»

Written by on 29 Novembre 2018

La «zona della semi-celebrità» è un concetto che Lodo Guenzi ha teorizzato tempo fa, quando lui con la sua band, Lo Stato Sociale, erano «i più famosi sconosciuti di questo Paese». Detto in altre parole: «Riempivamo i palasport ma l’impiegato delle poste non aveva idea di chi fossimo». E questa zona che, assieme a Bebo, Albi, Checco e Carota, Lodo ha frequentato per diversi anni, «ha qualcosa di molto morboso: non sei una vera celebrità, quindi le persone sanno che sei lì, vicino a loro, e possono osservarti molto bene e dirti qualunque cosa e dire anche tante cazzate sul tuo conto».

A segnare l’addio alla «semi-celebrità», e l’ingresso nell’immaginario nazional-popolare, sono stati prima il secondo posto all’ultimo Festival di Sanremo e l’esibizione con «la vecchia che balla» di Una vita in vacanza, poi il concertone del Primo Maggio; e da poche settimane X Factor, con il difficile compito di sostituire Asia Argento, giudice molto amata dal pubblico ma estromessa dal talent dopo il caso Jimmy Bennett.

In un albergo di Milano, in una pausa tra X Factor e la tournée teatrale del Giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso, Lodo racconta la sua storia e ragiona sull’idea della celebrità.

È contento di essere diventato famoso?
«Spero di smettere il prima possibile di esserlo! Intendiamoci: mi piace un sacco stare lì a X Factor, ma il resto della settimana non mi va di essere uno chiacchierabile».

La sua vita è cambiata molto?
«Un po’ sì. Io mi ostino a fare finta di niente, ma sul citofono di casa a Bologna c’è ancora il mio nome e di notte un paio di volte alla settimana mi vengono a suonare».

Perché non toglie il nome?
«Perché mi sembrerebbe di arrendermi a una stronzata: cioè tutto questo non è vero, questa cosa della fama non è la vita vera».

Il lato bello della fama qual è?
«Che ci sono delle persone che vogliono sentire quello che hai da dire. E poi si campa benino».

È diventato ricco?
«No, io sono molto bravo a non diventarlo. E poi con Lo Stato Sociale dividiamo tutti i compensi dei nostri progetti “solisti”».

Divide il cachet di X Factor con Lo Stato Sociale?
«Sì, certo: io sono in tv grazie alla band. Anche le canzoni sono tutte divise in punti Siae uguali».

X Factor è stato chiamato al posto di Asia. È stato difficile?
«Non ci penso molto: lavoro con i ragazzi e basta».

Asia le ha rivolto critiche pesanti: «Non sono d’accordo con le scelte musicali che fa questo nuovo giudice e mi vergogno anche un po’ per lui».
«Ho scelto di fare una cosa per la quale sono esposto alle critiche, ognuno quindi dice quello che vuole, ma io faccio il mio percorso».

Che idea si è fatto del caso Asia Argento?  
«Da figlio di giudice, non mi sento di esprimere pubblicamente un’opinione senza essermi studiato bene le carte».

Da dove viene Lodo Guenzi?
«Da una famiglia benestante, mamma giudice e papà professore universitario di Storia dell’economia. Figlio unico di figli unici, da bambino non avevo neanche un cugino con cui giocare, ma da solo sono sempre stato benissimo. Il nostro era un contesto agiato ma a Bologna».

Che cosa vuol dire essere di Bologna?
«Vuol dire che ho sempre girato per i centri sociali e che la politica è una parte fondamentale della vita, a scuola, al bar, ovunque».

La sua è una famiglia di sinistra?
«Posso parlare solo per me: forse più che comunista ho delle derive anarcoidi. C’è una battuta molto bella nel Giardino dei ciliegi di Cechov, prima della rivoluzione un personaggio dice più o meno: “Sapete perché fallirete? Perché voi con questa idea della distribuzione della ricchezza vi scordate che esiste l’amore, e se non vi rapportate agli esseri umani con amore, siete destinati a fallire”».

Che cosa vota?
«Forse l’ultima volta ho votato Potere al popolo. Ma ormai voto solo per provare a portare un 4 per cento di diversità dentro un meccanismo in cui si radunano le persone solo attorno alle negazioni – no agli immigrati! – e senza alcuna proposta politica».

Ha preso posizione contro Salvini.
«Un personaggio pubblico secondo me deve esprimere le sue idee sul mondo. Non per dividere, ma per creare dibattito. In futuro, delle star della musica di oggi, ci ricorderemo probabilmente di Jovanotti, Ligabue, Vasco Rossi, Fedez: quattro punti di vista diversi sulla società, ma chiari. Non c’è niente di più rispettabile».

Ha sempre desiderato diventare un musicista?
«In realtà ho un passato nell’arte: sono stato enfant prodige della pittura. A 11 anni ero credibile a copiare Caravaggio, mi facevano fare le mostre. Questo è nettamente l’ambito in cui ho più talento, ma dopo un po’ ho smesso».

E perché?
«Mi annoiavo. Dipingere è un’attività solitaria e io per fare le cose ho bisogno di coinvolgere altre persone».

Anche a scuola si annoiava?
«Moltissimo, non mi piaceva stare seduto. Ho fatto il liceo classico Galvani, quello di Pupi Avati, Casini e Pasolini, il liceo della Bologna bene. Ma stavo sempre nei corridoi. Avevo fatto amicizia con un bidello che mi dava le chiavi di un’aula dove c’era un pianoforte. Io ci portavo delle tipine e suonavo, ma non combinavo mai niente con loro. Mi mancava l’ultimo scatto».

Adesso ce l’ha?
«Forse sono allo scatto definitivo, sto molto bene con una persona».

Vogliamo parlare un po’ di questa persona?   
«Neanche per sogno».

Allora torniamo al liceo.
«All’orale della maturità ho fatto un encomio del poeta italo-colombiano José Walter Malaguti, che fu bocciato quattro volte. Non potevano segarmi perché avevo una buona media, ma ho preso 61».

Autosabotaggio?
«Ma no, solo un po’ di rock’n’roll».

Poi ha studiato all’Accademia di teatro di Udine. Che cosa le ha insegnato, a parte recitare? 
«Che la disciplina in sé non è niente. La più alta forma di disciplina è la libertà di fare ciò che ti pare».

La musica quando è arrivata?
«La prima chitarra a 13 anni. Mio nonno quando mi ha sentito cantare ha detto: ma questo sembra una capra. È vero, ho una brutta voce».

È un problema se fa il cantante?
«Quello che le persone vogliono vedere non è un concetto soggettivo di qualità, ma un concetto oggettivo di libertà. Questo è il dato davvero emozionante. Io poi ho cominciato a suonare sul serio tre anni fa, dopo il concerto al Palasport di Bologna. Ma sa cosa? Fare finta di fare le cose è l’attività che mi riesce meglio nella vita».

Si sente un bluff?
«Ah io sono una truffa, me lo chiedo tutti i giorni».

E che cosa si risponde?
«Che non importa. Perché se una canzone ha fatto stare un po’ meglio qualcuno, allora forse sono una truffa ma va bene così».

(Fonte: Vanity Fair)


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