I Pearl Jam, lo spirito di una band e del suo pubblico: la recensione del concerto di Milano

Written by on 23 giugno 2018

I Pearl Jam, lo spirito di una band e del suo pubblico: la recensione del concerto di Milano



“Stasera cantate con me, stasera fate parte della band”, dice Eddie Vedder, ai 60.000 spettatori di Milano. Nessun pubblico dei Pearl Jam canta come quello italiano, come quello di Milano in particolare: i concerti passati in città hanno regalato momenti memorabili di unione tra la band, il cantante e la folla. E stasera Eddie sa di averne bisogno più del solito. Il pubblico e la band rispondono, regalando una serata memorabile di calore, emozione e unione totale.

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Solo qualche giorno fa, il secondo concerto di Londra era stato annullato: Eddie aveva completamente perso la voce dopo la prima serata. Lo show milanese era stato confermato da subito, ma c’era un po’ di preoccupazione. L’inizio della serata non aveva diradato i dubbi, con le prime canzoni cantate in maniera debole.
I Pearl Jam erano saliti sul palco alle 9 e un quarto, dopo una lunga giornata iniziata alle 3 con Omar Pedrini, con gli Stereophonics a scaldare la folla poco prima delle 8. Ma tutti erano lì per i Pearl Jam, con il concerto previsto non nell’anfiteatro degli altri giorni degli iDays, ma nel campo a fianco, per contenere più gente. L’entrata era stata epica: un breve discorso in Italiano, per ricordare il primo concerto milanese, nel ’92, e riproporre la prima canzone suonata, “Release”, per l’occasione modificata con due versi in Italiano. Ma la voce di Eddie è fredda, traballa, e le canzoni successive non sciolgono i dubbi.

Ma è in quel momento che capisci la grandezza dei Pearl Jam: sono una band, non il gruppo di Eddie. E hanno un pubblico favoloso. Così Vedder inizia a compensare con il carisma, chiamando in causa gli spettatori – che non sono più tali, ma una seconda voce – mentre i Pearl Jam suonano ancora più duri e compatti. La sequenza “Wishlist”-“Even flow” e già da brividi; ma “Corduroy” alza se possibile l’asticella, con un parte centrale strumentale da antologia e un dialogo tra Eddie il pubblico altrettanto memorabile. E’ la canzone che non manca mai in scaletta, ma quella di stasera è la miglior versione che io abbia mai sentito.

Stasera c’è spazio per tutti: per Mike McCready, nella sua versione di ”Eruption” dei Van Halen, e per Stone Gossard, alla voce solista nella sua “Mankind”, mentre Eddie suona il tamburello. Matt Cameron e Jeff Ament sono l’ossatura del gruppo, molto più che una normale sezione ritmica. C’è pure spazio per Jill, la moglie di Eddie: come ha già fatto in passato Eddie racconta la storia del loro incontro a Milano dopo il concerto al Forum del 2000. Ma questa volta la chiama sul palco a brindare, mentre lei indossa un parka verde con la scritta “We all care, Y don’t u?”, in risposta a Melania Trump: Jill McCormick, la first lady del rock.
E ci sono sorprese in scaletta: “You are”, con un’intro quasi elettronica, le rare “I got ID” e “Footsteps” (i miei vicini la vedono come la “canzone-pausa”: qualcuno parla, qualcuno va al bar, senza capire che si stanno perdendo un gioiello…), assieme ai classici: una stranamente breve “Daughter”, con la citazione di “Another brick in the wall”.

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Inizia la sequenza finale, ed è un crescendo: la voce di Eddie ora è calda, non traballa più: “Porch” è la solita cavalcata travolgente. Poi, mentre il palco si colora di luci rosse, partono gli accordi di “Black”.
“La fanno! La fanno anche stasera!”, urla il mio vicino: ci guardiamo e sorridiamo felici come bambini. Ed è il momento più bello della serata: Eddie canta senza titubanze, lasciando spazio al pubblico, fino a fondersi con esso: è una voce sola. Arriva un assolo pazzesco di Mike, che porta la canzone in giro, per poi andare a riprendere il tema iniziale dopo diversi minuti, mentre il pubblico canta in coro. Eddie guarda incantato, poi parla commosso per ringraziare il pubblico, commosso: “Siamo felici di esserci per voi, e grazie a voi di esserci per noi”.
Sembra non finire mai, e vorresti che non finisse mai.

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Dopo una canzone così, i Pearl Jam sanno che possono solo aumentare l'intensità, e lo fanno con “Alive”, con Mike ancora protagonista, tra il pubblico, per poi chiudere con la festa di “Rockin’ in the free world” e “Yellow ledbetter”.

Solo 18 canzoni, solo due ore, si lamenta qualcuno. Non è una questione di durata, ma di intensità: e quella c'è stata, in dosi enormi. Magari discograficamente sono fermi e non più brillanti come nei momenti migliori. Ma dal vivo i Pearl Jam migliorano con gli anni, e lo hanno dimostrato anche in una serata particolare come questa. Hanno ancora il fuoco e sempre più esperienza. Stasera hanno spiegato cos'è il vero spirito di una band: ognuno, non solo il frontman, fa il suo e si prende i riflettori, se e quando serve. Eddie Vedder, poi, non è solo voce: ha un carisma e un calore che pochi altri rocker hanno.

Insomma, comunque un grande concerto, uno di quelli che ti fanno capire che il rock non è solo musica. E' anche e soprattutto unione tra chi la fa e chi la ascolta.

(Gianni Sibilla)

Scaletta
Release (con i primi due versi in Italiano)
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Do the Evolution
Given to Fly
Wishlist
Even Flow
Corduroy
Immortality
Eruption (Van Halen)
You Are
Daughter
Mankind (Stone Gossard alla voce)
I Got Id
Porch
Black
Alive
Rockin' in the Free World (Neil Young)
​Yellow Ledbetter

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