Hooverphonic, il nuovo capitolo: “Date il giusto tempo alla nostra musica”

Written by on 26 Novembre 2018

Vita nuova per gli Hooverphonic. La band belga capitanata da Alex Callier per il nuovo lavoro “Looking For Stars” cambia ancora una volta vocalist presentandosi con la giovanissima Luka Cruysberghs (17 anni), vincitrice di “The Voice of Flanders” in cui Alex le faceva da coach. “Siamo di generazioni diverse ma ci unisce la musica – spiega Alex a Tgcom24 -. Oggi vanno le playlist e questo album guarda in molte direzioni, dal trip-hop al funky”.

I fan degli Hooverphonic ormai ci sono abituati. Se Callier e il chitarrista Raymond Geerts sono il nucleo imprescindibile da metà anni 90, alla voce sono state in tante ad avvicendarsi. Da Liesje Sadonius dell’album di debutto “A New Stereophonic Sound Spectacular“, a Geike Arnaert, alla quale sono legati i successi internazionali dei primi 2000 come “Mad About You“, “Jackie Cane” e “Sometimes“, per arrivare a Noemie Wolfs, che ha segnato il ritorno al grande successo dell’album “The Night Before“. Il lavoro del 2016, “In Wonderland”, dove i brani erano affidati a diverse intepreti è stato il punto di passaggio per arrivare a Luka. “E’ il nuovo capitolo di un libro molto lungo” dice Alex mentre Ray lo corregge: “In realtà il libro inizia adesso: tutto quello che è venuto prima è stato il prologo”.

Cosa significa per voi ripartire ogni volta su basi nuove?
E’ allo stesso tempo eccitante e faticoso. Da una parte ricominicare con una nuova cantante è eccitante, dà molti stimoli, ma d’altra parte significa fare un passo nel vuoto, stai prendendo un grande rischio e non hai idea di come potrà andare e come reagirà la gente. Non è qualcosa che abbiamo scelto noi: Leisje e Geike se ne sono andate di propria iniziativa, con Noemi ci siamo separati di comune accordo perché l’intesa era finita. Però sappiamo che il libro non è finito solo perché qualcuno se ne va.

L’album precedente è stato realizzato con diverse vocalist. Come siete arrivate a Luka?
Per puro caso. Tanto che stavamo scrivendo le canzoni per questo nuovo lavoro ma non stavamo cercando una cantante, quanto meno non in modo così pressante. Ci ha messo lo zampino il destino. Io stavo lavorando a “The Voice” con Luka e al momento di scegliere un singolo per lei ci siamo resi conto che era la voce perfetta per quello che facciamo.

Quindi non hai capito sin dal primo momento che lei sarebbe stata giusta per la band?
Io no, il pubblico sì! Tutti dicevano “hey, è la cantante perfetta per gli Hooverphonic”. Io ho dovuto pensarci un po’, non era una decisione così semplice. Inoltre in questo caso c’erano anche delle difficoltà oggettive: lei è giovanissima, ha 17 anni, deve ancora andare a scuola. Dovevo convincermi, essere certo al 200%. Le abbiamo fatto provare molte canzoni, e lei è sempre stata perfetta. La spinta decisiva me l’ha data mia moglie. Un giorno mi ha detto: “Ha la voce perfetta per gli Hooverphonic e ha talento: quindi qual è il problema?”. In effetti nessuno. Avevamo trovato la nostra cantante.

Come hai detto c’è però tra voi una grande differenza di età, che spesso significa vedere la musica e il mondo in modo diverso. Come funziona la chimica tra voi?
E’ la musica che ci unisce. Nel 1996 eravamo in quattro nel gruppo, tutti giovani, eppure ognuno con il proprio modo di pensare e vedere le cose. Luka ha un gusto musicale molto affine al nostro. A “The Voice” ha voluto fare i Portishead. In fondo siamo tutti connessi alla musica del passato. Quando ero un ragazzo, grazie ai miei genitori, ascoltavo molta musica degli anni 60. E poi non è così strano vedere oggi artisti e band che uniscono diverse generazioni: Neil Finn lavora con il figlio Liam, il figlio di David Crosby suona le tastiere con il padre…

E un’iniezione di energia fresca per il gruppo?
Sì, assolutamente. Anche a livello di sonoro, perché la sua è comunque la voce di una ragazza nemmeno ventenne. E comunque Luka ha una personalità forte e l’album porta anche la sua impronta.

Come ha contribuito?
Il mio progetto originario era quello di pubblicare tre diversi dischi: una colonna sonora in stile Morricone, un album trip-hop e una raccolta di canzoni funky. E’ lei che mi ha consigliato di non fossilizzarmi sull’omogeneità stilistica e ha scelto le canzoni che più le piacevano in ciascuno dei lavori. In fondo siamo nell’era di Spotify, oguno si fa la propria playlist con le canzoni che preferisce.

Parlando di streaming, cosa pensate dei nuovi modi di fruire la musica?
Luka è un perfetto esempio della “generazione dello skip”. Ascoltano un pezzo, se non piace subito, 30 secondi e via, si skippa a un altro. E’ tutto velocissimo, non si dà tempo. Ed è un peccato. Ricordo quando spendevo 15 euro per comprare un album. Magari non mi piaceva tutto al primo ascolto ma il fatto di averci speso dei soldi mi portava a dargli un’altra possibilità. E magari al terzo o quarto ascolto ti si apriva un mondo…

Credi sia possibile al giorno d’oggi realizzare un disco che abbia bisogno di svariati ascolti per sprigionare tutto il proprio valore?
Mi pare molto difficile che un nuovo “Paranoid Android” dei Radiohead possa vedere la luce. Forse sì, ma è sempre più difficile. D’altro canto ho la consapevolezza che nella musica ci sono ondate. Anche negli anni 80 c’era un grande uso di elettronica e trovavi del pop molto plasticoso, ma dopo è cambiato tutto. Certo oggi è tutto troppo veloce. Anche per questo abbiamo deciso di pubblicare questo disco anche in cassetta: è la nostra forma di reazione alla “skipping generation”.

Come vedete il vostro pubblico?
Come un problema non da poco!

In che senso?
Il problema con noi è che a seconda dei Paesi il nostro pubblico cambia moltissimo e ci vede in modo diverso. In alcuni posti siamo considerati un gruppo di nicchia, quasi alternative, in altre nazioni siamo il massimo dei mainstream. E questo condiziona anche le scalette perché la stessa canzone che in Belgio viene usata per andare a farsi una birra in Francia fa impazzire i fan. Adesso abbiamo alle spalle dieci album, con alcuni grandi successi radiofonici e di classifica ma anche canzoni amatissime solo dai fan più fedeli. Ci siamo chiesti più di una volta come sarebbe fare due date in ogni città: una per le hit e l’altra per le canzoni di culto. Chissà..

(Fonte: TGcom)


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