Frenetik & Orang3 ci mettono la faccia: ‘Le major hanno iniziato a riconoscere il valore delle cose che vengono dal basso’

Written by on 20 giugno 2018

Frenetik & Orang3 ci mettono la faccia: 'Le major hanno iniziato a riconoscere il valore delle cose che vengono dal basso'

Tra i principali artefici dello svecchiamento del suono del "pop" italiano, accanto a produttori e beatmaker come Takagi & Ketra, Charlie Charles, Sick Luke, Ceri e Mace – solo per citarne alcuni – ci sono anche Frenetik & Orang3. Negli ultimi anni il duo, nato dopo lo scioglimento dei Frank Sent Us, band della quale entrambi i musicisti facevano parte, ha collezionato una serie di importanti collaborazioni: da Gemitaiz a Coez, passando per Salmo, Clementino, Ensi, Achille Lauro e MadMan. Ora Frenetik & Orang3, all'anagrafe Daniele Mungai e Daniele Dezi, ci mettono la faccia e si preparano a pubblicare il loro primo album: entro la fine dell'anno uscirà "Zero sei", un disco interamente dedicato alla nuova scena romana (il titolo rimanda al prefisso telefonico della Capitale). Il disco è stato anticipato dai singoli "Interrail", "Migliore di me" e "Lucertole", incisi rispettivamente con Carl Brave x Franco126, Coez e Gemello. "Quello che abbiamo voluto fare è una fotografia della Roma degli ultimi anni, scattare una foto musicale di questo preciso momento", anticipano, mentre ci accolgono nel loro studio, tra poster di "Stranger things" e chitarre appese al muro, decine di pedali, tastiere e sintetizzatori.

Quando avete iniziato a lavorare insieme?
Frenetik: Ci siamo conosciuti nel 2006. Io avevo iniziato già da un paio d'anni a fare produzioni. In quel periodo lavoravo con Marta G, una ragazza che aveva fatto "Amici". Avevamo bisogno di un bassista ed è arrivato Orang3.
Orang3: Con i Frank Sent Us abbiamo girato un sacco per l'Europa. Era un progetto audiovisivo: il frontman cambiava in base al pezzo, poteva essere Hulk Hogan come i Colle Der Fomento. Prendevamo spezzoni di dialoghi di film e facevamo montaggi video in tempo reale: il video diventava il cantante del pezzo. Abbiamo quasi anticipato il linguaggio audio-video che oggi va di moda nelle pubblicità.

E dischi?
F.: Uscì un dvd per la prima etichetta dei Bud Spencer Blues Explosion. Ma il dvd era più un contorno che altro: quello dei Frank Sent Us era un progetto che funzionava dal vivo.

Come mai avete deciso di chiudere quel progetto?
F.: In realtà non è chiuso, siamo fermi da un paio d'anni. Ora siamo impegnati con altri progetti.
O.: Quello è stato un progetto che per un po' di anni è andato bene, suonavamo tanto. Ma quando ti dedichi solamente ad un progetto ti richiede un'enorme quantità di energia. E non riesci a fare altro.

Così avete iniziato a collaborare con altri artisti. Qual è stato il primo pezzo che avete prodotto insieme?
F.: La prima cosa che abbiamo fatto insieme è stata "Nevermind", una traccia del primo disco ufficiale di Gemitaiz, "L'unico compromesso". Era il 2013.

Poi sono arrivate le collaborazioni con Salmo, Coez, Clementino, Noyz Narcos, Achille Lauro, Brokenspeakers. Quasi tutti rapper…
O.: L'hip hop fa parte del background di Frenetik, che ha sempre fatto parte di quel giro. Ma io nei rapper ci ho trovato un'apertura mentale incredibile.

A proposito di background: quali sono gli artisti e i dischi che vi hanno segnato maggiormente?
F.: Mio padre era in fissa con il prog e il cantautorato italiano. Alle medie ho scoperto Bryan Adams, "So far so good", è stata la mia prima cassetta. Poi sono arrivati i Fugees, con "The score".
O.: Io ho iniziato a suonare il basso a quattordici anni. Al liceo ascoltavo solo i Red Hot Chili Peppers. Ricordo che gli altri ragazzi che suonavano come me avevano un sacco di puzza sotto al naso. Spesso nel giro di musicisti bravi e talentuosi non c'è tanta disponibilità ad entrare in un mondo diverso…

Come vi trovate a lavorare al servizio di altri artisti?
O.: Il nostro lavoro ha un sacco di sfumature. Ci può essere il cantante che arriva qui e scrive insieme a noi un pezzo chitarra e voce, quello che arriva con un brano chitarra e voce e diventa un pezzo prodotto, quello che arriva con un'idea di mood e ci fai il beat. Noi cerchiamo di valorizzare al massimo tutto quello che l'artista ha da dire.
F.: È un lavoro di sartoria: ognuno ha il proprio gusto, sta al sarto capire cosa vuole indossare il cliente. Fondamentalmente il nostro lavoro è quello di creare un abito su misura, cucito sopra l'artista. Chiaramente con un compromesso a livello di gusto, perché la cosa deve piacere anche a noi.

Vi è mai capitato di rifiutare una collaborazione?
F.: Tendiamo sempre ad incontrare gli artisti, prima di iniziare a lavorare. Ci becchiamo in studio, ci conosciamo, ci annusiamo (un po' come fanno i cani). Magari, poi, succede che iniziamo subito a buttare giù qualcosa.
O.: È difficile che qui in studio venga un artista con il quale prima non ci sia stato un minimo di rapporto umano. Certo, può capitare che ti chiami un'etichetta e ti dica: "Ti mando il mio artista…". Ma l'80% del lavoro è con persone con le quali c'è stima reciproca".

Qual è la produzione che vi ha dato maggiore soddisfazione, tra tutte quelle che avete fatto fino ad oggi?
F.: Una cosa di cui siamo molto orgogliosi, ma che ha avuto poca risonanza mediatica, è il disco di Victor Kwality, "Koan", uscito un paio di anni fa.

Per descrivere i vostri lavori avete coniato un'apposita etichetta: "Space hop". Ci spiegate cosa significa?
F.: Ritmiche urban, un pizzico di hip hop, soul, downtempo. Suoni larghi, dilatati e con riverbero. Senza gravità.

Le vostre produzioni, insieme a Takagi & Ketra, Sick Luke e Charlie Charles, negli ultimi anni hanno contribuito a svecchiare il suono del "pop" italiano. Qual è la formula del successo del vostro progetto?
F.: Bisogna saper distinguere tra beatmaker e produttori, però. Charlie Charles e Sick Luke sono i due beatmaker più forti a livello di pubblico e di freschezza. Ma aspetto di sentire qualcosa di diverso rispetto a quello che hanno fatto fino ad oggi. Comunque è vero, i suoni della musica italiana si sono svecchiati parecchio. Non solo a livello di rap e trap. Merito anche di gente come Ceri, Mace e Niccolò Contessa.
O.: Il produttore ha una sensibilità diversa da quello che fa una cartella da 50 beat e poi li manda al rapper. Non vogliamo che la nostra venga scambiata per una critica, però. Dischi come quelli di Sfera Ebbasta possono piacere o non piacere, ma bisogna riconoscere che è roba fatta davvero bene. Semplicemente, noi facciamo un altro tipo di lavoro: cerchiamo di capire cosa vuole l'artista, dove vuole andare.

È un buon momento per la musica italiana, secondo voi?
O.: Assolutamente, anche a livello artistico. Il cantautorato "indie" che prima non usciva fuori dal ghetto, da San Lorenzo e dal Pigneto, oggi passa in radio e ha portato una ventata di novità incredibile.
F.: È cambiato anche il modo di scrivere. Niccolò Contessa ha imposto un altro standard. Secondo me c'è un "prima di Contessa" e "dopo di Contessa". E infatti poi la combo mortale qual è? Contessa-Coez, "La musica non c'è" e "Faccio un casino".

Anche le major hanno iniziato a guardare con maggiore interesse al mondo "indie". I rapporti tra etichette indipendenti e major sono diventati più fluidi?
F.: Le major cercano di trovare degli "incubatori", come magari possono essere Bomba Dischi per Universal o Asian Fake per Sony. Le piccole etichette rimangono indipendenti, ma a livello di distribuzione si appoggiano ai canali delle major. Questo permette agli artisti di mantenere la propria indipendenza artistica.
O.: Si è iniziato a riconoscere il valore delle cose che vengono dal basso. Le major prendono realtà che fanno cose che le multinazionali non riescono più a fare, e ci investono. Di conseguenza, l'etichetta che era piccolina comincia ad avere più budget da investire per i propri artisti.

Del successo di artisti come Coez, Carl Brave x Franco126 e Calcutta cosa ne pensate? Contano più le loro canzoni o le strategie che ci sono dietro?
F.: Carl Brave e Franco126 hanno pubblicato su YouTube un video con una foto, una polaroid. Bomba Dischi si è avvicinata a loro quando avevano già 150mila visualizzazioni solamente su un video con una foto. Se il segnale è buone e se io mi compro un parabolone per amplificarlo, quel segnale diventa potentissimo. La stessa Bomba Dischi ha preso Calcutta e ha fatto una comunicazione del tutto naturale, basata su quello che era davvero lui.
O.: Oggi se ti piace fare musica e se sei appassionato, con un pc puoi fare tutto. Non ti serve nemmeno la tastiera, perché hai la tastiera del pc: puoi fare musica e pubblicarla in maniera del tutto autonoma. Se la canzone è buona, poi la gente se ne accorge. Calcutta scrive delle canzoni potentissime e non potevano restare inosservate. Siamo stati ad un suo live pochi giorni fa, chitarra e voce: certe canzoni ti mettono k.o., la gente aveva le lacrime agli occhi.

E di Liberato, invece, che ve ne pare? Qualcuno, in rete, sospetta che dietro ci siate (anche) voi…
F.: Siamo noi, infatti. Orang3 canta (ride). Che bisogno c'è di tutta la dietrologia? Ci sono delle canzoni fighe, messe su YouTube. Ti piace quella canzone? Basta così, allora.
O.: A me questa cosa fa ridere. È scattata la caccia alle streghe. Forse ci hanno accostato a lui perché probabilmente c'è un'affinità di sound e questa cosa ci rende orgogliosi. Ci ho pensato a lungo e alla fine sono arrivato ad una conclusione: non voglio sapere chi è Liberato, altrimenti finisce la magia".

di Mattia Marzi

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