Emis Killa: «La figlia che proteggo dall’invidia della gente»

Written by on 19 Settembre 2018

«Fuoco e benzina parla di vita vissuta, romanzata. Degli adolescenti esplosivi che siamo stati, alla Bonnie e Clyde. Di quando tornavo in motorino con la ragazza dietro e la droga nel sotto-sella, e si confondevano amore e rischi, e c’erano le coltellate da evitare, le esistenze da far svoltare. La volevano a Sanremo, questa canzone. Ma per l’Ariston era troppo hard. Mi hanno chiesto modifiche al testo. No, signori, non si cambia un acca. E me la sono ripresa».

Esce il 28 settembre il brano che anticipa l’uscita dell’album Supereroe e l’inizio del tour (entrambe le cose il 12 ottobre), e il rapper Emis Killa rivela a Vanity Fair che proprio questa canzone lo ha convinto a rinunciare allo scorso Festival.

L’intervista, pubblicata nel numero in edicola da mercoledì 19 settembre, è anche la prima dopo la nascita – avvenuta il 17 agosto e annunciata a sorpresa su Instagram, quasi nessuno sapeva della gravidanza – di Perla Blue, avuta dalla compagna Tiffany. «È venuta dopo tre mesi che provavamo. Ma la pensavamo da tanto, e l’abbiamo voluta fortemente. Solo ho dovuto sistemarmi un po’ prima di farla», racconta. «Mi piacciono i nomi composti e insoliti, e Perla Blue è unico e raro. L’alternativa era Menta».

 

È soprattutto sulle emozioni legate alla paternità che Emis Killa si apre con Vanity Fair. «In sala parto stavo per svenire, la dottoressa ha dovuto badare più a me che al resto. Perché mentre è nella pancia e sta arrivando, sì, sei un po’ teso, ma finché non esce mica capisci… La prendi in braccio e ti chiedi: “Che cos’è, l’ho fatta io?”. È vita, ma con la stessa forza della morte. Mi ero sempre chiesto dove andassimo a finire, ma mai bene da dove venissimo. La guardo e ha del miracolo, mi connette al Dio in cui non credo, al divino, all’universo. È tanto assurda quanto la fine ma è principio, e la proteggo. Da cosa? Dalle energie negative della gente. Che si concentra sulle stronzate: m’invidiano la Porsche a specchi, mica la salute… Il potere non te lo perdonano. Così, lo denigrano. Insultandoti. Come quando sui social donne orrende scrivono “sei un cesso” a Belén o uomini persi “sei un fallito” a Gianluca Vacchi. Se accendono una luce su di te, è cattiva. Io poi ci credo (al malocchio, ndr). Il cuore ha un campo magnetico di circa due metri, e non è un segreto che il cervello emetta frequenze. Quando esco con lei, con Perla Blue, non voglio che me la guardino, per esempio. Giro il passeggino. Per la prima volta mi sento responsabile di qualcosa, e questo cambia tutto: non sto più al cellulare mentre guido, non attacco più briga in discoteca. Subito il pensiero mi va al fatto che non posso rincasare con un occhio nero, o nel peggiore dei casi rischiare di non farlo proprio, sbattuto in carcere o morto… Ci siamo promessi che non farò più cose che possano compromettere mia figlia. Questo non significa che metterò via la moto, o che con Tiffany non viaggeremo, che non andremo più a cena fuori, perché non vogliamo diventare come quelle famiglie brutte con il bambino antipatico, la mamma trascurata, il marito con le balle piene».

Nell’intervista a Vanity FairEmis Killa paragona l’infanzia che avrà sua figlia a quella che ha avuto lui, «con le case popolari, la mamma operaia la cui fatica non è mai abbastanza e il papà bipolare (il musicista Sergio Giambelli, morto nel 2009, ndr). Con tutto il bene che gli ho voluto e che mi ha voluto, vorrei essere per lei un padre più facile con cui convivere di quello che ho avuto, che entrava e usciva dagli ospedali. Lei è nata in una bella villa, nel privilegio, dove voglio che diventi grande in libertà senza essere altezzosa e col rispetto verso chi ha meno».

Quello che la paternità non ha cambiato, spiega a Vanity Fair, è il suo atteggiamento verso la politica: «Io non voto, e curo il mio, perché credo che la democrazia sia un modello ingiusto dove la preferenza di un ignorante quale sono non possa valere quanto quella di uno che ne sa. Scelgo almeno di non sentirmi in colpa per avere contribuito allo sfacelo».

(Fonte: Vanity Fair)

 


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