Dua Lipa: «Noi donne dovremmo sostenerci a vicenda. Questo, per me, è il femminismo»

Written by on 7 luglio 2018

Dua Lipa non ha mai avuto dubbi. Alla classica domanda – che cosa vuoi fare da grande? – da bambina non aveva avuto esitazioni: la cantante. A 22 anni, la sua carriera è ben oltre la semplice realizzazione di un sogno. È l’unica artista donna ad aver ricevuto cinque candidature ai Brit Awards 2018, trasformatesi poi in due vittorie, Migliore artista femminile solista britannica e Migliore artista esordiente britannica.

Con il singolo New Rules, ha raggiunto oltre il miliardo di visualizzazioni su YouTube e nel 2017 è stata la cantante più ascoltata in streaming su Spotify, molto più di Taylor Swift e Ariana Grande.
«Lo so che da fuori può sembrare che sia successo tutto dal giorno alla notte. Non è così. Ho lavorato duro e in questo momento sono solo felice di vedere realizzati i miei sogni», mi dice seduta su una sedia mentre una ragazza si occupa delle sue unghie e un’altra dei capelli. È appena arrivata da Los Angeles. A New York si ferma praticamente solo il tempo di un servizio fotografico e di un’intervista. Poi riparte per Londra. E questo prima ancora di iniziare il giro dei festival estivi, che la vedranno esibirsi in tutto il mondo, dalla Spagna all’Olanda fino a Thailandia, Singapore e Taiwan. Una diva globale che nel giro di dieci mesi si è trasformata da interessante promessa alla «Madonna della Generazione Z», come qualcuno ha scritto di lei. Intanto, il nuovo singolo One Kiss, assieme a Calvin Harris, è stato per nove settimane consecutive al primo posto della classifica inglese e in Italia è stato certificato Oro. Comprensibile quindi che alla domanda se il successo è davvero come se lo immaginava da bambina, lei con un sorriso risponda: «Persino meglio, molto meglio».

Quando ha iniziato a sognare di fare la popstar?
«Avevo quattro anni. Mio padre è musicista, sono cresciuta in mezzo alla musica e questo è anche un po’ il suo sogno. In Kosovo, la mia terra d’origine, l’industria musicale è diversa rispetto agli Stati Uniti o all’Inghilterra. La mia famiglia mi è molto vicina, praticamente stiamo imparando insieme a muoverci in questo ambiente».
Che rapporto ha con il Kosovo?
«Sono nata e cresciuta a Londra, ma a undici anni con la mia famiglia siamo andati a vivere in Kosovo. A 15 anni, però, sono tornata a stare a Londra da sola. In Kosovo non è stato facile, conoscevo la lingua perché la parlavamo a casa ma non sapevo scrivere, non avevo amici ed è stata dura adattarmi a scuola. Con il tempo è andata meglio, ho stretto legami che durano ancora oggi. Sono grata alla mia terra perché parte della mia identità di artista viene da lì».
A quindici anni viveva già da sola?
«È presto, vero? Ma sono stata brava, non mi sono cacciata in nessuno guaio, non sono andata a troppe feste».
Che musica ascoltava?
«Mi piacevano molto Pink e Nelly Furtado, ma se devo dire un disco che mi ha cambiato la vita allora è The Miseducation of Lauryn Hill. È anche per questo che sono affezionata all’idea dell’album intero. Oggi l’industria punta di più sui singoli, ma a me piace l’idea di raccontare una storia».
Altre influenze?
«Gli Oasis perché li ascoltava mio padre. E poi l’hip hop: in Kosovo i giovani non ascoltavano altro. È anche per questo che ci ho messo tanto a capire come volevo che fosse la mia musica, sono il prodotto di tanti stimoli diversi».
È importante per lei scrivere di se stessa?
«È necessario, sì, ma anche più facile: inventare storie mi risulta più difficile che prendere ispirazione dalla mia vita».
Le regole di cui parla in New Rules quindi le segue? Quando si lascia con qualcuno poi evita di ricascarci?
«In realtà è più una canzone sull’amicizia femminile, sull’aiutarsi a vicenda e su quanto sia importante avere amiche che si accorgono dei problemi prima di te e che ti dicano la verità quando tu non la vedi. Poi, come tutti, anch’io ho sbagliato: le regole in fondo esistono per essere infrante».
Quindi è una canzone femminista?
«Noi donne dovremmo sostenerci sempre a vicenda. Per me il femminismo è questo, non certo essere contro gli uomini. È uguaglianza: il suo contrario è sessismo».
Ha subito sessismo nella sua carriera?
«Certo, è inevitabile. Sono femmina e sono carina, quindi devo faticare il doppio per essere credibile come musicista. La gente pensa che gli uomini si scrivano le loro canzoni e che le donne siano solo interpreti. Io compongo la mia musica e scrivo i testi, non sono solo una bella faccia. Un uomo basta che indossi un paio di jeans e una maglietta sdrucita e nessuno mette in dubbio la sua credibilità di artista indipendente».
Oggi l’immagine è importante quanto la musica, se non di più.
«Questo per tutti, non solo per le donne. Emergere è più difficile rispetto, per esempio, ai tempi di quando Katy Perry esordì con I Kissed a Girl. Quello fu un successo improvviso, mentre oggi per arrivare bisogna avere tempo, costruirsi un seguito piano piano, anche attraverso l’utilizzo dei social. Un artista emergente deve produrre molti contenuti su piattaforme diverse, oltre ovviamente a fare musica che piaccia alla gente».
È per questo che si è tatuata la parola «pazienza» sulla mano?
«Sì, per ricordarmi di non essere impulsiva e che in questo mestiere se vuoi fare le cose bene alle volte devi aspettare un po’».
Ha altri tatuaggi?
«Sì, ma piccoli, non mi piacciono grandi. Qui sui pollici ho due figure di Keith Haring: è il mio omaggio a New York e all’epoca dello Studio 54. Sul polso sinistro ho le lettere R e G, le iniziali dei nomi di mia sorella Rina e mio fratello Gjin. Il primo in assoluto è la scritta Sunny Hill, il quartiere dove abitavamo in Kosovo: è per ricordarmi le mie radici. Ho anche una palma e la scritta “angelo” sulla spalla, a proteggermi».
Le fa piacere essere considerata anche un’icona fashion?
«La moda mi piace, certo. Mi piace l’aspetto teatrale dell’esibizione e quindi pensare a un determinato costume che vada bene per quella determinata occasione. E poi gli abiti sono come degli stimoli per la mia memoria: attraverso di loro ho un ricordo più nitido delle esibizioni in giro per il mondo. E mi piacciono gli abiti disegnati dalle donne».
In famiglia lei a chi assomiglia?
«Fisicamente forse a mio padre, ma ho preso il modo di parlare e di atteggiarmi di mia madre. La prima canzone che scrissi, avrò avuto sei anni, era dedicata a lei e diceva: quando sarò grande mi permetterai di usare i tuoi abiti e i tuoi trucchi? Anche se la vera appassionata di moda è la mia nonna bosniaca: lei mi ha insegnato che non si esce mai senza un po’ di rossetto sulle labbra».
Lei è una ventiduenne atipica, è vero, ma che cosa direbbe a chi diffida della sua generazione?
«Che siamo curiosi e abbiamo voglia di imparare. Conosco molti giovani imprenditori, per esempio, che poco più che ventenni cercano di costruire qualcosa. Siamo meglio di come ci pensate e siamo il futuro: credete in noi».

(Fonte: VanityFair)


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