«A Head Full of Dreams»: tutta la magia dei Coldplay in un documentario

Written by on 14 Novembre 2018

È passato più di un anno, ma quell’incantesimo «chiamato Coldplay» – che il 3 e 4 luglio 2017 ha tenuto in scacco lo stadio San Siro di Milano con dentro 60mila persone – per molti resta un ricordo bellissimo e indimenticabile.

Non c’era una nota sbagliata in quella festa, in quello spettacolo di luci, musica e colori che per due ore e mezzo ha unito i cuori di tutti e acceso di meraviglia una notte italiana.

Ebbene: per coloro che da allora rimpiangono quella magia – o per i tanti che, più prosaicamente, non sono riusciti ad accapparrarsi i biglietti -, c’è finalmente l’occasione di (ri)vivere la gioia e l’emozione di una sera così speciale.

Anche se «solo» al cinema e solo per un giorno (oppure in streaming, dal 16 novembre, su Amazon Prime Video), arriva il bel documentario di Mat Whitecros A Head Full Of Dreams, film-evento che celebra i venti anni di attività di una delle band più importanti (e amate) del pianeta, e che sarà nelle sale italiane il 14 novembre, distribuito da Nexo Digital (l’elenco qui).

«Quando sei un ragazzo e suoni con i tuoi amici al college puoi solo sognare, un giorno, di poterti esibire in un stadio davanti a 60mila persone che cantano in coro le tue canzoni», era il sogno (divenuto realtà) di Chris Martin e i suoi, quattro ragazzi inglesi borghesi e piuttosto «normali», che hanno saputo fare della loro semplicità virtù, e che partendo dagli scantinati di Camden sono arrivati a conquistare il mondo, realizzando con «A Head Full Of Dreams» il terzo più grande tour di tutti i tempi, che ha richiamato a raccolta oltre 5.5 milioni di fan in tutti i continenti.

E sono proprio i volti così diversi, e insieme così felici dei fan, mentre cantano in coro Ahhh-ohhh-aaah, in una staffetta ideale che parte da Buenos Aires e arriva fino a Bangkok, passando per San Paolo del Brasile, Milano e Seoul, la parte più emozionante del film, quella che più di tutte incarna quel grande sogno in technicolor che è stato il loro show.

Ma per arrivare a realizzare il sogno, la strada è stata lunga e non sempre in discesa. (Non) sembra ieri, infatti, che quattro ragazzi scapigliati – Jonny BucklandGuy Berryman e Will Champion, guidati dal più capellone di tutti, Chris Martin – s’incontravano nelle stanze di un college di Londra e, con il primo nome Starfishtentavano un primo, fallimentare debutto come gruppo musicale.

Ce ne vollero di tentativi prima di raggiungere quell’alchimia speciale che li ha resi «tasty», nella musica e sul palco. Sì, Chris Martin definisce i Coldplay proprio così, «gustosi»: quattro elementi – pardon: ingredienti – molto diversi tra di loro, che da soli risultano quasi «anonimi» ma che messi insieme formano un piatto unico.

Quattro ragazzi che tra alti e bassi (vedi l’allontanamento iniziale del batterista Willy, la rottura con il primo manager Phil Harvey o il «disaccoppiamento», per quanto consapevole, di Chris Martin da Gwyneth Paltrow, con conseguente fortissima depressione di Chris) sono rimasti uniti sempre, e profondamente amici. Come amico è il regista Mat Whitecros che li ha seguiti (e ripresi) dal primo giorno, e che per loro ha firmato anche i video di Paradise, A Sky Full Of Stars e Adventure Of A Lifetime (oltre che il documentario sugli OesisSupersonic e The road to Guantanamo, Orso d’argento a Berlino nel 2006). «Ti prego, Mat, non aprire il film con una di quelle scene scontatissime in cui la band percorre il corridoio nel backstage prima di salire sul palco», si raccomanda Chris Martin al telefono con Whitecross, mentre sullo schermo passano esattamente quelle immagini, che danno il via al film-documentario. 

Un documentario bello e sincero, in cui c’è naturalmente tanta positività in perfetto stile Coldplay, ma non mancano i momenti delicati e bui, come appunto quello della depressione di Chris Martin dopo la separazione da Gwyneth Paltrow, giorni in cui – spiega direttamente Martin – «avevo bisogno di cantare per arrivare a fine giornata», e in cui i colleghi volevano essere per lui «la famiglia che siamo sempre stati», portandogli il conforto che gli era necessario. Ed è proprio grazie a loro, passando «dalla solitudine assoluta all’amicizia assoluta», che Chris è poi riuscito a recuperare la spinta creativa ed è tornato a scrivere, pubblicando il sesto album della band, Ghost Stories. È inevitabile: per quanto siano tutti ugualmente protagonisti, Chris Martin è colui attorno a cui tutto ruota, un genio musicale – come lo definiscono gli stessi amici – che con la sua energia sperimenta, crea e, soprattutto, tiene unito il gruppo. «Le canzoni più famose sono nate in dieci minuti», confessa, ma per le altre il percorso è stato spesso tortuoso. E sottoposto al giudizio severo dei colleghi, tutti maniaci del perfezionismo: «Si passa dal “sì” allo “scordatelo”, è questo il range», scherza (fino a un certo punto) il cantante.

Il film racconta (bene) il primo exploit con Yellow, il loro primo pezzo «manifesto» nato quasi per caso, nel 2000, e che i Coldplay cantarono per la prima volta dal vivo a Glanstonbury nello stesso anno. Con la speranza – come dice Chris Martin dal palco (e sullo schermo) – che «la prossima volta la canterete tutti». E così naturalmente è stato. In mezzo a tante immagini «antiche» e di repertorio, spuntano poi i meravigliosi dietro le quinte con Beyoncé (in felpa e spettinata, che registra Hymn For The Weekend in una stanza) e i bambini del coro di Up&Up, tra cui spicca ovviamente la primogenita di Chris, Apple, identica alla madre Gwyneth. 

«Se state guardando questo video vuol dire che non siamo stati un flop», dicono quattro ragazzi scapigliati di Londra davanti a una telecamera. Quei ragazzi sono diventati i Coldplay e no, oggi abbiamo la certezza che non sono stati un flop.

 


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