Myss Keta: «Sono trash, volgare e parlo di droga. E allora?»

Written by on 19 aprile 2018

«Prenda pure. Ci sono dei pasticcini, dei rimasugli d’acqua. Un po’ di caffè». Seduta all’altro capo del tavolo, con una mascherina nera a coprirle il volto, Myss Keta tende una mano laccata di rosso. «Piacere, Myss», dice la rapper nata sul web, lasciando intendere che «Keta», retaggio della sua esistenza leggendaria di usi e abusi diventati musica, possa essere un improbabile cognome. Quanti anni abbia quest’angelo della notte, con i capelli platino e gli occhiali scuri, è difficile a dirsi.

«Io esisto da tempo immemore», ammette la performer, simbolo (satirico) di Milano e Porta Venezia. «Avevo 18 anni negli anni Settanta, 19 nel 2001».

E, a sentirla parlare, è tutto un tripudio di «cioè» e «voglio dire», «ragazzi» e consonanti calcate come fossero doppie. Potrebbe essere un’adolescente come tante, Myss Keta, cresciuta a pane e Sfera Ebbasta. Potrebbe, però. Perché la ragazza, il cui primo, vero, album in studio, Una vita in capslock, debutta venerdì 20 aprile, un po’ si tradisce. E, raccontando di se stessa, di una carriera nata su YouTube nel 2013, con il singolo Milano, Sushi & Coca, finisce per accennare al teatro greco, all’uso catartico della maschera. Alle sovrastrutture di Marx, chiamate, semplicemente, «gabbie».

Di Myss Keta sono noti gli aneddoti. Cresciuta in Colombia, ha fatto presto uso di droghe, è diventata l’amante di Gianni Agnelli e la musa di Salvador Dalì. Ma questa esperienza è stata motore o conseguenza del suo personaggio?
«Domanda marzulliana. Myss Keta (della quale la signorina parla ora in prima, ora in terza persona, ndr) ha cominciato a mettere in musica la propria esperienza con fare ironico e satirico. Ogni suo gesto si è poi trasformato in una metafora, in un simbolo attraverso il quale raccontare il quotidiano».

Oggi, che quotidiano racconta Myss Keta?
«Allo stato attuale credo ci si trovi in un’epoca in cui non solo le donne, ma anche gli uomini abbiano bisogno di liberarsi dalle catene. Sono in difficoltà, gli uomini. Liberarsi dal maschio alfa credo sia molto complicato. Dovremmo essere uniti, allora, nel cercare di liberarci ognuno dalle proprie gabbie, senza sovrastarci».

Ed è possibile?
«Forse, utopistico. Ma l’universo valoriale myssketiano questo prevede».

Si spieghi.
«Io sono sempre stata legata al mondo clubbing, gay, queer e il progetto di Myss Keta, nato in una notte d’agosto, mi ha dato modo di riflettere sui valori sottesi a questo universo. Senza addentrarmi in definizioni strane, posso dire che la cultura del clubbing spinge ogni individuo ad abbracciare se stesso. Implica una liberazione dalle gabbie della quotidianità che è sempre stata parte del progetto Keta».

Ha mai pensato di fare politica?
«Molti miei ex sono dei politici. Non posso parlare delle mie convinzioni politiche perché vado per avvocati. Sa, vorrei gli alimenti».

Eppure, tanti suoi colleghi, dal Pagante a Bello Figo, hanno imparato a mettere in musica qualche suggestione politica.
«Io ammiro molto il Pagante e Bello Figo. Sono dei geni. Come lo è Rovazzi. Ma siamo due cose diverse. Il progetto musicale di Myss è talmente assurdo e a sé da essere unico. Tanto più, che il Pagante è molto mainstream».

E Myss Keta non vorrebbe diventare mainstream?
«Credo che la risposta la avrò solo vivendo. Al momento, ho seguito l’istinto, lasciandomi spingere verso le cose che avevo voglia di fare. Questo tipo di obiettivi non li considero granché».

Però, per la prima volta in cinque anni, ha deciso di fare un album vero. Perché?
«L’idea di lavorare a qualcosa di un po’ più grosso, che fosse completo e compiuto in sé, ci è venuta la scorsa estate, con Carpaccio Ghiacciato. Abbiamo cominciato a scrivere canzoni myssketiane (leggi: dissacranti, piene di sesso, droga e bevute) e abbiamo messo insieme il disco».

Lei è nata a Milano, facendo riferimento a un universo metropolitano ben preciso. Crede di poter essere compresa nel resto d’Italia?
«Sì, perché Myss Keta è nata a Milano, ma con il tempo ha cercato di staccarsi dai luoghi fisici, dai riferimenti geografici precisi. In una certa misura, si è universalizzata».

Cosa significa Una vita in capslock?
«Myss scrive in capslock, parla in capslock. Vive in capslock. Il capslock è un modo per sfuggire al reale, sottraendosi dalla quotidianità per guardarla con gli occhi dell’eccesso».

Ma da Milano, Sushi & Coca questo «reale» è cambiato?
«Non credo che sia la realtà a cambiare, ma il modo che ciascuno di noi ha di guardarla. Nel mio caso, lo switch fondamentale si è avuto tra esterno e interno. Un tempo, ogni mio pezzo raccontava il mondo esterno. Oggi, sono riuscita a cantare anche l’interiorità».

Milano, almeno, è cambiata?
«Per niente. Per me, Milano è la stessa Milano degli anni Ottanta: quella cosa lì, mega-sparata, da yuppies. Sono cambiati i protagonisti. Non si vestono più da yuppies, ma da hipster».

E alcuni, da Liberato a Gazzelle, si mettono pure la maschera…
«Perché la verità è che io non ho inventato niente. È dal teatro greco che la gente si mette le maschere. Nella storia, basti pensare al Carnevale veneziano, esistono episodi in cui la gente s’è messa la maschera per poter fare la matta».

Perché, allora, quest’inflazione di anonimi?
«È per via dell’overload di visi. Quello che deve far riflettere è che, in questo mondo, in cui le persone vogliono mostrare il proprio viso – selfie, selfie, selfie – andare nella direzione opposta è diventato un fatto “politico”».

Molti la accusano di essere trash e volgare. Come vive tutto questo?
«Le accuse sono vere. Io parlo spesso di tematiche considerate trash. Parlo spesso di droga, ma mi chiedo perché si noti tanto. I miei colleghi maschi non sono mai stati accusati di nulla, e io non credo di dire cose peggiori di quelle che dicono loro. Eppure, quando a parlare di questo è una ragazza circondata da altre ragazze, si grida allo scandalo».

Sulla copertina dell’album, che dal 19 aprile, ai Magazzini Generali di Milano, sarà accompagnato dal tour #UVIC, allatta una scimmia. Perché?
«La scimmia è tipo l’animale guida dell’album. Rappresenta la parte irrazionale dell’uomo. In copertina, io allatto una scimmia a significare che la razionalità nutre l’irrazionalità, e viceversa».

Metafore su metafore, insomma.
«Sì. Questo album è un po’ una discesa all’inferno, per la quale abbiamo fin scomodato il nostro amico Dante Alighieri, perché chi meglio di lui sa cosa sia una discesa all’inferno?».

Una discesa all’inferno?
«Tre parti e tre gradi di consapevolezza. Con le prime tracce si scende, di girone in girone, scoprendo la descrizione del mondo esteriore. Poi si approda ad una seconda parte, ad un mondo interiore in cui i suoni si fanno più sperimentali. Infine, con due sole canzoni, si arriva al paradiso myssketiano, claustrofobico e artificiale».

E i suoni restano sperimentali.
«Perché io e il mio produttore, Riva, lo siamo molto. Siamo fan di certi generi di nicchia, vedi il metal decostruito alla Zeus, vedi la fidget house. In questo album, abbiamo deciso di fare quel che più ci piaceva».

(Fonte: Vanity Fair)


Radio Emotions
Current track
TITLE
ARTIST

Apple Winamp windows Media Player Real Player QuickTime
WhatsApp Logo