In che stato è la musica dance?

Written by on 1 marzo 2018

Il decennio compreso tra il 2006 e il 2016 ha inventato, definito, sfruttato e spremuto la musica dance contemporanea. Tra il 2011 e il 2015 la golden age del cosiddetto movimento EDM ha alzato l’asticella talmente in alto da segnare una sorta di punto di non ritorno, dal quale ogni rappresentazione e messa in scena sonora e visiva appena più intima e minimale sembra allontanarsi tremendamente dal nuovo standard, deludendo una parte di pubblico ma allo stesso tempo eccitando una parte di critica sempre aperta alle novità.

Stiamo vivendo una fase di transizione che durerà almeno per tutto il 2018, con le derivazioni elettroniche dei ritmi latini a farla da padrone. L’influenza ispanica sull’arte e sulla cultura è sempre stata importante (lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo dopo il cinese) ma mai prepotente come in questa fase. Le stagioni della musica non esistono più e questo ha favorito chi vive l’estate tutto l’anno. E viceversa. Nel 1954 era stata fondata a Madrid l’Unione latina, organizzazione internazionale formata da alcuni Paesi che avevano come lingue ufficiali e predominanti quelle appartenenti allo stesso ceppo idiomatico. Aveva lo scopo di promuovere e diffondere l’eredità culturale comune e valorizzare le diverse identità del mondo latino. Riconosciuta come un’istituzione a partire dal 1983, nel 2012 interrompe le sue attività a causa di una forte crisi economica. Oggi sopravvive in qualche modo grazie ai finanziamenti nazionali dei paesi che li accolgono. Tra gli stati membri c’è anche l’Italia. La radice storica, culturale e linguistica, unita alla massiccia presenza sul territorio di comunità ispaniche ha facilitato l’insediamento del reggaeton e dei suoi fratelli. ne fa parte anche il nostro paese. In Italia l’onda latina sbatte piacevolmente contro le coste.

È proprio dal mondo latino che arrivano le più grandi hit che spopolano in radio. I dj per sopravvivere allo spietato meccanismo della massa hanno dovuto maturare esperienze crossover. Penso a Steve Aoki (‘Azukita’ è l’ultimo caso eclatante in ordine di tempo), Skrillex, Kygo, Calvin Harris, Axwell e Ingrosso, Lost Frequecnies, Avicii, Zedd, Martin Garrix, David Guetta, DJ Snake, Alesso, Diplo. Addirittura Armin Van Buuren ha ridimensionato i bpm per piacere al FM. Nonostante se ne parli sempre come un mezzo superato e obsoleto, la radio suscita ancora un fascino particolare. I colossi dell’hip hop, così come i nuovi dance idol (The Chainsmokers, Don Diablo, Marshmello) dominano invece le classifiche dello streaming che per molti rappresentano il vero specchio del paese. È vero solo in parte. “Essere in FM è un valore aggiunto ancora imprescindibile per gli stessi big artist americani”, mi ha raccontato Luca Pretolesi. Non è tanto l’affermazione ma il motivo ad inquietarmi: “le grandi radio popolari americane passano anche solo 25 canzoni al giorno. Essere in radio vuol dire bombardare la gente e diventare per forza di cose popolarissimi”. Musicalmente parlando sono le fasi di transizione come queste a creare un nuovo futuro. L’ordine si genera dal caos. Mancano le grandi hit crossover come ‘Cola’ che però appare un caso isolato. I grandi dj torneranno a produrre canzoni non necessariamente radiofoniche, pensando più all’innovatività del prodotto piuttosto che alla sua resa? Cosa comporterebbe questa scelta? La partita si gioca rispondendo a questi complicatissimi quesiti.

In Italia l’attuale dominio della musica trap ha due motivazioni. Aspirazionale e ispirazionale. I giovanissimi trovano compagnia nei testi, anche scanzonati e leggerissimi, dei loro idoli. Molti sognano di diventare come loro che sono il bro e lo zio che non hanno mai avuto. Non siamo qui a giudicare se sia o meno un buon esempio. Un certo tipo di messaggio nella musica hip hop è sempre esistito. Non dobbiamo certo scandalizzarci adesso se i rapper parlano di soldi, sbronze e droga. Preoccupa magari l’età media bassa, bassissima, a cui si rivolgono molti artisti di genere. Nel mondo della musica dance italiana abbiamo un disperato bisogno di superstar. Di giovani dj e produttori italiani che ispirino altrettanti giovanissimo ragazzi e ragazze a imitare le loro gesta. Dobbiamo lavorare affinché i bravi giovani ora in campo (che stanno subendo il contraccolpo di tutto quello che ho scritto prima) possano assumere un ruolo culturale. In Olanda tutti vogliono diventare come Martin Garrix, in America come Skrillex o Diplo. In Italia abbiamo perso i punti di riferimento. È andato tutto smarrito ma non ancora perduto. La globalizzazione ci ha un po’ svegliato dal coma. Qualcosa è successo, a partire dalla techno dove il background è naturalmente più solido (Tale Of Us, Ilario Alicante, Marco Faraone per citarne alcuni), fino alla EDM (Merk & Kremont, Vinai, Marnik, Lush & Simon, SDJM) dove la novità ha colto di sorpresa un paese storicamente lento e conservatore. Dal puto di vista degli eventi live la situazione è migliore. Molta e interessante l’offerta clubbing, meno le strutture che sono in grado di accoglierla come meriterebbe. Fanno eccezione alcuni grandi festival nazionali come il Kappa FuturFestival, Nameless fino al nuovo arrivato evento targato Tomorrowland che a luglio porterà a Monza il format Unite.

È un periodo eccitante perché molto confuso. Un periodo dove addirittura in Inghilterra si parla di crisi del clubbing. D’altronde anche in chiesa si parla di crisi della vocazione. Sono tempi complessi. I tempi moderni.


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