Josh T. Pearson non vuole più farvi piangere: il video #Nofilter

Written by on 15 aprile 2018

Josh T. Pearson non vuole più farvi piangere: il video #Nofilter

“Credo d’aver dormito un’ora negli ultimi due giorni, scusa se le risposte non sono granché”, dice Josh T. Pearson. Non ha bisogno di scusarsi. Il cantautore texano racconta benissimo il senso del suo nuovo album “The straight hits!”, nove canzoni scritte e incise seguendo e all’occorrenza infrangendo una serie di regole che s’è dato. È la cosa più leggera, frivola e rock’n’roll che ha mai pubblicato, un disco a metà strada fra esorcismo creativo, sfogo ed esercizio per resettare la mente. “Il primo disco era stato fatto per far piangere la gente, questo è fatto per farla ridere”, dice guardandomi di sottecchi, in testa un cappello a visiera dei Lift to Experience, addosso un giubbotto di pelle a frange, una t-shirt nera, un paio di stivali.

Josh T. Pearson è uno strano personaggio, anche senza la lunga barba che aveva un tempo. Lavora nell’edilizia, dice, e di quando in quando pubblica un disco. Ogni volta è una sofferenza. S’è fatto un nome nel 2001 cantando nei Lift to Experience, ma l’avventura è sostanzialmente finita dopo un solo album di culto, il promettente “The Texas-Jerusalem crossroads”. Ha esordito come solista nel 2011 con “Last of the country gentlemen”, un lavoro pensoso e verboso, durata media delle canzoni 8 minuti. Tempo fa stava scrivendo un nuovo disco sentito e doloroso, “Bird songs”, ispirato dalla lettura di “The conference of the birds” del poeta persiano Attar of Nishapur. Poi s’è bloccato, come travolto da tanta ponderosa complessità. Ha deciso di fare tabula rasa e di disfarsi di canzoni tanto, troppo personali. “Avevo quei pezzi da una decina d’anni, perdevo il sonno pensando a ogni singola parola da usare. Mi è venuta voglia di scrivere canzoni in cinque minuti. Ho messo da parte quell’album che era molto personale e chissà se mai lo pubblicherò, e ho deciso di misurarmi con questo esercizio”.

L’esercizio consiste nello scrivere canzoni semplici e corte seguendo cinque regole: tutte le canzoni devono avere un verso, un ritornello e un bridge; il testo deve essere lungo al massimo 16 righe; i titoli devono essere formati da massimo quattro parole; le canzoni devono contenere la parola “straight” nel titolo; è necessario sottomettersi alla canzone. “Ho scelto la parola ‘straight’ perché m’interessava andare dritto al punto. È una parola politicamente scorretta ed è divertente”. Ad Uncut ha detto d’averla scelta perché contiene le lettere AI, di Artifical Intelligence: stava forse prendendo in giro l’intervistatore? “Oh no, sono davvero interessato all’intelligenza artificiale e più in generale al modo in cui la tecnologia si è impossessata delle nostre vite segnando la fine del romanticismo e del mistero. Non ci lasciamo alle spalle più nessuna domanda, non c’è più il senso d’avventura tipico del processo di ricerca. Ogni pensiero è catalogato su Internet. Dio è morto, i miti sono morti, ogni cosa è stata democratizzata. I significati diventano meno interessanti quando sono di facile accesso”.

Non che questi pensieri emergano da “The straight hits!”. Il disco è ironico fin dal titolo – le canzoni che contiene non saranno mai hit – e mostra un lato inedito del performer, che si diverte a interpretare vari personaggi camuffando la voce. “È stato fatto velocemente e va ascoltato altrettanto velocemente. Niente sottotesti, meditazioni o riflessioni. Tanto divertimento. Volevo scrivere canzoni pop con spirito rock’n’roll e allontanarmi dall’auto-narrazione”. È un atto a suo modo audace e Pearson lo sa, tanto che inizia l’album con la frase “Ho messo la mia reputazione fuori ad asciugare, non me ne frega niente”. Dice: “Volevo distruggere la mia reputazione per liberarmi dal senso di responsabilità. Se fai arte, ogni tanto è necessario bruciare i ponti, per impedirti di tornare indietro”.

Alla fine Pearson ha sabotato il suo stesso progetto e nella seconda parte dell’album le canzonette elettriche e scanzonate si fanno più pensose e acustiche. Lui ride. “Abbiamo registrato tutto in tre giorni, ma a un certo punto il batterista se n’è andato”. Fatto sta che, dopo una serie di testi dalle immagini colorite e caotiche, arrivano canzoni d’amore come “A love song (Set me straight)”, che fa saltare alcune delle cinque regole e che rappresenta al tempo stesso il picco emotivo dell’album e la sua negazione. “Ho passato più tempo a decidere il titolo di questa canzone che a scrivere il resto dell’album. Mi piace che sia piazzata verso il fondo: fa il suo bell’effetto dopo che l’ascoltatore ha abbassato le difese. È una bella tattica: distrai chi ti ascolta e poi, mentre è girato, gli dici quel che gli vuoi dire veramente”.

Dopo l’intervista, Pearson suona per Rockol “Damn straight”, una canzone di “The straight hits!”, cover dal repertorio del suo amico Jonathan Terrell. Nel testo, il protagonista racconta gli effetti nefasti sulla sua ragazza delle voci dei grandi cantanti country, gente come George Jones, Waylon Jennings, Willie Nelson, Merle Haggard, Hank Williams. Suggestionata da questi “smooth country singin’ cowboys”, la ragazza fa i bagagli, ruba tutti i dischi del protagonista e si trasferisce a Nashville. È una canzone ironica che riflette l’idea che Pearson ha della country music. Il suo prossimo album potrebbe titolarsi “Country-versy”. Lo descrive come “divertente, senza alcuna enfasi sull’ego, con un pezzo titolato ‘A boy named Straight’, versione moderna di ‘A boy named Sue’ di Johnny Cash. Un disco country-punk. Non so se l’etichetta lo amerà. Anzi, posso già dirti che non lo ama. Forse nel disco c’è un senso dell’umorismo troppo americano”.

L’album conterrà riferimenti a quel che sta succedendo negli Stati Uniti e rifletterà “il divario informativo fra la realtà e il mondo che conosciamo attraverso gli smartphone”. In qualche modo, è una storia che risale alle elezioni presidenziali del 2016. Nel giorno del trionfo di Donald Trump, Pearson era ospite con un’amica giornalista della BBC all’ambasciata americana a Londra. “Immagina. Ero a Londra con un mucchio di liberal pronti a festeggiare e alle 4 del mattino la realtà ha bussato alla porta sotto forma di proiezioni elettorali. Tutte quelle ragazze progressiste ospite dell’ambasciata erano distrutte e cercavano un angolo quieto per piangere liberamente. Quella notte mi sono detto: oh oh, forse la realtà non è come la immaginavo”.

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