In blues we trust: la recensione del concerto di Zucchero a Roma

Written by on 8 marzo 2018

In blues we trust: la recensione del concerto di Zucchero a Roma

Quasi quaranta canzoni in scaletta per tre ore di musica, una band di dodici elementi e qualche sorpresa: partito lo scorso 26 febbraio da Padova, il "Wanted italian tour 2018" di Zucchero arriva al PalaLottomatica di Roma, per un unico appuntamento. La nuova serie di concerti è una sorta di prosecuzione di "Black cat World tour", la tournée mondiale in supporto all'ultimo album in studio del bluesman romagnolo, circa 140 concerti in tutto il mondo tra il settembre del 2016 e l'ottobre del 2017. I musicisti che affiancano il cantautore per questi nuovi concerti sono gli stessi del precedente tour – d'altronde, sono al suo fianco da anni ormai – e anche la scaletta non è così diversa: accanto ai pezzi di "Black cat" e alle hit di Zucchero, stavolta ci sono anche gli inediti tratti dalla raccolta "Wanted", uscita lo scorso novembre.

La prima cosa che noti, quando entri nel palasport, è la scenografia, enorme: in fondo al palco c'è un grande cuore con all'interno uno schermo e sopra al cuore una croce. Sulla struttura a sinistra, la scritta "In blues we trust", e il titolo della raccolta di Sugar. La band fa il suo ingresso alle 21, puntualissima. Quando Zucchero arriva sul palco, la folla lo accoglie con un grande applauso: lui saluta, sorride, e comincia a cantare. Il brano scelto per rompere il ghiaccio è "Partigiano reggiano", la band mette subito le cose in chiaro: il suono è denso, corposo, pieno. Il basso, i fiati, le chitarre, l'organo, le tastiere, le due batterie: è puro rhythm & blues, un'esplosione di suoni e colori accesi, caldi.

La prima parte della scaletta è tutta dedicata a "Black cat": "13 buone ragioni" scalda il pubblico, che accompagna Zucchero battendo le mani a tempo, poi arriva la prima ballata. È "Ci si arrende" e la voce di Zucchero si fa graffiante: "Anche se un solo saluto è qualcosa che resta, in questa festa di malinconia", canta Sugar. Quasi come una naturale prosecuzione, si passa a "Ten more days": il palco si tinge di un rosso acceso, passionale. In semicerchio, attorno ad un microfono, il sassofonista James Thompson, la chitarrista Kat Dyson e la batterista Queen Cora Dunham accompagnano Zucchero in coro, andando a pescare le loro radici blues. Poi ancora Africa, con "Hey lord".
Giusto il tempo di riprendere fiato e la band attacca "L'anno dell'amore": "Fate l'amore", urla Zucchero al microfono, e tutti in sala ballano. Balla anche lui, sul palco, sorridendo e scambiandosi sguardi d'intesa con i suoi musicisti. Per un pezzo più ritmato, ce n'è uno più lento e malinconico, come "Fatti di sogni": "È un altro giorno da cani, ma noi siamo fatti di sogni", canta il bluesman. La voce è come il vino: più invecchia e più diventa buona. "Sei il numero uno!", grida qualcuno in mezzo al pubblico. Su "Voci" il cantautore si mette una mano sul cuore e chiude gli occhi: "Manca la tua voce, sai…", sussurra, con un pizzico di malinconia. "Un'altra storia", uno degli inediti contenuti nella raccolta uscita in autunno, chiude la prima parte del concerto. Zucchero approfitta della breve pausa per salutare il pubblico di Roma: "Grazie a tutti per essere qui e per aver accolto così calorosamente anche quest'ultima canzone. Adesso andremo un po' a ritroso", anticipa, "alzatevi e ballate, lasciatevi andare…".

Il cantautore comincia a ripercorrere la sua storia musicale e lo fa a partire da una delle hit più recenti, "Vedo nero": gli spettatori del PalaLottomatica sono in piedi e ballano divertiti. È quasi un esorcismo collettivo: tutti mettono da parte i pensieri, le frustrazioni, i giramenti di coglioni e si lasciano andare al ritmo del blues. Su "Baila Morena" Zucchero imbraccia la sua chitarra elettrica: "Baby, the night is on fire…". Il pubblico è su di giri: "Che Dio vi benedica", dice lui dal centro del palco, guardandosi intorno. "Never is a moment" è il preludio perfetto per "Iruben me", che Sugar interpreta con particolare struggimento – e l'assolo alla chitarra elettrica di Mario Schilirò aggiunge bello al bello. "Il volo" è un modo per riprendere fiato – si fa per dire – prima della più ritmata "Ridammi il sole".

Zucchero racconta la sua storia, non solo quella musicale: in "Chocabeck", il brano che ha dato il titolo al disco del 2010, ricorda la sua infanzia e le campagne reggiane, e così anche in "Allora canto". "È delicato" è una ballata esistenziale dalle tinte gospel: "Mio sole rispondi, questo cuore sparpagliato è delicato e tutto qua", canta nel finale. Su "Oltre le rive" imbraccia la chitarra acustica: "Ho vagato senza scopo e destino fino alla fine dell'arcobaleno, nelle notti bagnate dal vino".

C'è spazio anche per un medley divertente che il cantautore ribattezza – provocatoriamente – "coitus interruptus": "Sento l'esigenza, quasi fisiologica, di accontentare il pubblico, che mi richiede sempre canzoni che di solito non faccio", spiega, "così ci siamo inventati questa cosa tra sacro e profano… Il coitus interruptus, anziché i soliti medley da format televisivo". Zucchero suona alcuni brani del suo repertorio come "Non so da dove arrivi", "Hey man" e "Il suono della domenica", ma li interrompe sul più bello: "Le canzoni dovrebbero durare un minuto. Il resto è solo brodo allungato", scherza, "io sono uno che distrugge quello che ama". Mette le mani avanti: "È un momento tra di noi, è come se fossimo a casa mia di fronte a un bicchiere di vino". Tutto quello che dico da questo momento è discutibile, vado senza reti". E alla fine dice: "Ci sono canzoni che vanno troncate subito, sul nascere. 'Volare', ad esempio… Non se ne può più! Sarò impopolare, ma che due coglioni. Se c'è qualche giornalista vedremo domani cosa scriverà. Uhhh… Ma è la mia opinione. Erano altri tempi, quelli. Ma non è cambiato niente, purtroppo".

Dal profano del "coitus interruptus" si passa al sacro: è il momento di "Miserere", duetto virtuale con Pavarotti (viene mostrato il video originale della canzone, con la voce del compianto tenore). È una redenzione e il pubblico si alza in piedi per una bella standing ovation: "Per Luciano", ringrazia Zucchero, "e per questa fantastica band che mi accompagna. Qualcuno li ha definiti turnisti. Mi sono girati i coglioni. Sono musicisti, è dispregiativo chiamarli turnisti". E li presenta uno ad uno: Polo Jones (direttore musicale del tour e basso), Adriano Molinari e Queen Cora Dunham (batteria), Kat Dyson, Doug Pettibone e Mario Schilirò (chitarre e altri strumenti a corde), Brian Auger (organo hammond), Nicola Peruch (tastiere), James Thompson, Lazaro Amauri Oviedo Dilout e Carlos Minoso (fiati) e Andrea Whitt (violino). "The best band in Europe", commenta Sugar, fiero.

Il cantautore torna sul palco per il rush finale dopo averlo lasciato per qualche minuto alla sua band. "Solo una sana e consapevole libidine" introduce il segmento conclusivo del concerto: il palco torna a tingersi di rosso, le atmosfere si fanno bollenti. Stavolta l'assolo alla chitarra elettrica è di Kat Dyson: la telecamera fatica a starle dietro, talmente le dita si muovono veloci tra le corde. Non manca un omaggio a Dolores O'Riordan, la cantante dei Cranberries, scomparsa lo scorso gennaio: i due incisero un duetto sulle note di "Pure love", che Sugar esegue sul palco mentre una sua foto in compagnia della cantante viene mostrata sullo schermo. "Una grande voce, una persona solare, di sangue, ma anche un po' fragile", la ricorda il cantautore. Dopo l'immancabile – e sempre bella – "Diamante", spetta a "Per colpa di chi" e "Diavolo in me" (introdotta da Polo Jones in versione reverendo) chiudere in bellezza il concerto: è impossibile restare fermi. Gloria nell'alto dei cieli, ma non c'è pace quaggiù al PalaLottomatica.

"Il blues… Il blues non morirà mai", dice Zucchero, "buona fortuna a tutti!". Le luci del palasport romano si riaccendono, qualcuno comincia ad uscire, ma in molti restano ancorati ai sedili. Vogliono ancora il bluesman sul palco, anche solo per un'ultimissima canzone. E Sugar non li delude, torna al microfono e canta "Dune mosse". Ma ha voglia di fare ancora un altro pezzo, "Long as I can see the light", e poi un altro ancora. Chiude con "Hai scelto me": "Accendi il blues", sussurra, togliendosi il cappello e poggiandolo sul microfono.
La messa è finita, andate in pace: in blues we trust.

(Mattia Marzi)

SCALETTA:
"Partigiano reggiano"
"13 buone ragioni"
"Ci si arrende"
"Ten more days"
"Hey lord"
"L'anno dell'amore"
"Fatti di sogni"
"Voci"
"Un'altra storia"

"Vedo nero"
"Baila Morena"
"Never is a moment"
"Iruben me"
"Il volo"
"Ridammi il sole"
"Chocabeck"
"Allora canto"
"È delicato"
"Oltre le rive"
"Non so da dove arrivi / Hey man / I tempi cambieranno / Rossa mela della sera / Occhi / Il suono della domenica / Spicinfrin boy / Blu"
"Miserere"
"Freedom jazz dance" (solo band)
"Wake me up" (solo band)

"Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'Azione Cattolica"
"Puro amore"
"Diamante"
"Per colpa di chi"
"Diavolo in me"

"Dune mosse"
"Long as I can see the light"
"Hai scelto me"

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