Damon Albarn compie oggi 50 anni: la carriera del leader di Blur e Gorillaz in 10 episodi chiave

Written by on 23 marzo 2018

Negli anni Novanta è stata la faccia pulita della Cool Britannia che il fato – o, meglio, la propaganda dei media – ha contrapposto a quella cattiva e strafottente (ma non meno affascinante) di Liam Gallagher durante quella che è passata alla storia come la Battle of Britpop. Poi è diventato lo sperimentatore, capace di voltare le spalle al mainstream buttandosi anima e corpo nelle contaminazioni con hip hop ed elettronica. E poi ancora l’esploratore, che prende armi a bagagli e va in Africa a registrare un disco world, e il riscopritore di glorie dimenticate – Paul Simonon dei Clash ne sa qualcosa, l’attivista, l’autore di musical e chissà cos’altro.

Eppure Damon Albarn di vite non ne ha avute tante, ma solo una, quella di un artista genuino che non ha mai avuto paura di reinventarsi, anche a costo di rimetterci, e di sfuggire al cliché che l’avrebbe comodamente incoronato padre nobile togliendogli ogni pensiero in materia di ego e contabilità: per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno, che ricorre oggi, giovedì 23 marzo, abbiamo deciso di ripercorrere la carriera del frontman di Blur e Gorillaz prendendo in esame quelli che – per noi – sono i dieci passaggi chiave della sua carriera.

Lui, che in “Birthday” cantava “I don’t like this day/ It makes me feel too small”, ci perdonerà: ai tempi di “Leisure”, nel 1991, sentirsi troppo piccoli spegnendo le candeline era una scusa che poteva anche permettersi. Oggi, decisamente, no. Quindi tanti auguri, Damon.

Quando è stato il tastierista delle Elastica

Quella tra Damon Albarn e Justine Frischmann è stata una storia che è andata bel oltre il gossip: negli anni Novanta i due erano gli astri nascenti del rock britannico, e la loro relazione – al di là dell’inevitabile coinvolgimento emotivo – ebbe anche una sfogo musicale. Nel 1995 i Blur avevano già pubblicato il loro quarto disco, “The Great Escape”, e le Elastica si stavano accingendo a spedire sul mercato la loro prima, omonima, prova sulla lunga distanza. La leader del gruppo, Justine, chiamò il partner in studio per registrare la parti di tastiera di “Car Song”, “Indian Song” e “Waking Up”, che scelse di essere accreditato come l’anagramma del suo nome Dan Abnormal.

Scoperto dagli americani grazie a… Clint Eastwood

Benché in Europa i Blur abbiano conosciuto una grande popolarità già dai tempi di “Parklife” del 1994, oltreoceano il primo gruppo di Damon Albarn non riuscì mai a sfondare. Il frontman, però, si prese una parziale rivincita con i Gorillaz, che fin dal disco d’esordio incontratono i favori del pubblico a stelle e strisce, vendendo nei soli USA la bellezza di sette milioni di copie. Un singolo di presentazione intitolato con nome e cognome di una leggenda di Hollywood – “Clint Eastwood” del 2001 – potrebbe aver giocato un ruolo non secondario nell’affermazione di Albarn oltreoceano…

Portavoce pacifista

Sono in pochi a saperlo, ma il nonno di Damon Albarn fu tra i primi obiettori di coscienza britannici, tanto da aver scontato una pena detentiva durante la Seconda Guerra Mondiale per essersi rifiutato di imbracciare le armi. La sua influenza si è sicuramente riflessa sul nipote, che ha fatto della causa pacifista una delle sue bandiere: il leader dei Blur è infatti un portavoce dell’associazione antimilitarista Stop the War insieme a Robert Del Naja (in arte 3D) dei Massive Attack, con il quale ha collaborato per la canzone “Saturday Come Slow”, inserita dal collettivo trip hop bristoliano nell’album “Heligoland” del 2010.

Il re del featuring

La collaborazione è un must, ormai, per ogni artista di livello, ma Damon Albarn – a differenza di tanti colleghi che usano i featuring come oppurtunità per allargare il proprio pubblico o come mero tentativo di rilancio – ha fatto dei sodalizi artistici coi colleghi una vera e propria cifra della sua attività: non a caso il frontman di Blur e Gorillaz nel corso degli anni ha diviso palchi e studi con – tra gli altri – Bobby Womack, Snoop Dogg, Mos Def, Shaun Ryder, De La Soul, MF Doom e persino con Mark E Smith, lo spigolosissimo deus ex machina dei Fall.

Aiutare i giovani (davvero)

Ai tempi di “Mali Music” – album per il quale Albarn si spostò nel paese africano per scrivere e registrare materiale inedito con una selezione di artisti locali – il sodale di Graham Coxon nei Blur fu bollato dai detrattori come una sorta di Sting 2.0, mondialista pro domo sua interessato più all’eco delle sue avventure in terra straniera che del risultato portato a casa dalle stesse. Eppure l’iniziativa di Damon fu davvero importante per i musicisti maliani, non tanto per quelli già affermati, ma per i più giovani, come ad esempio di Bots, che furono invitati dallo stesso artista a esibirsi all’Africa Express Train Tour.

Le collaborazioni con Paul Simonon (Clash) e Tony Allen (Fela Kuti)

Prendete un bassista – Paul Simonon – che oltre ad aver scritto un bel pezzo di storia del rock britannico è anche un’icona cool indiscussa (avete presente la copertina di “London Calling”? Quello che sfascia il basso è lui) e un batterista – Tony Allen – che secondo l’autorevolissimo parere di Brian Eno è “uno dei più grandi percussionisti di sempre”: aggiungere Damon Albarn e cosa ottenete? I The Good The Bad And The Queen, estemporaneo progetto che coinvolse anche Simon Tong e Danger Mouse, quest’ultimo in veste di produttore. La collaborazione durò poco più di due anni, tra il 2004 e il 2006, ma il segno restò, e non solo quello. Allen, infatti, prenderà parte due anni dopo al progetto Rocket Juice & the Moon insieme – oltre che ad Albarn – al bassista dei Rad Hot Chili Peppers Flea.

La pace storica con Noel Gallagher

Un filmato come quello che potete vedere nel 1996 o giù di lì non sarebbe stato possibile realizzarlo nemmeno con gli effetti speciali: all’epoca, infatti, dopo la storica sfida tra i singoli “Country House” e “Roll With It” (vinta dai Blur, per la cronaca, per 27mila copie contro 21mila) tra il gruppo di Albarn e gli Oasis correva di tutto – insulti, auguri gravi problemi di salute e altre piacevolezze – tranne che buon sangue. Bisognerà aspettare il Teenage Cancer Trust del 2013 per vedere sullo stesso palco quelli che una volta erano considerati i generali di due eserciti contrapposti. E per scoprire che, probabilmente, la tanto discussa “britpop war” forse non era così “war” come appariva…

Lo scatto d’orgoglio dopo l’abbandono di Graham Coxon

All’inizio del nuovo millennio i Gorillaz rappresentavano già un’occupazione praticamente a tempo pieno per Albarn, così, quando – nell’estate del 2002 – il chitarrista dei Blur Graham Coxon, già avviato alla carriera solista, decise di abbandonare il quartetto di “Leisure”, la storia di uno dei due gruppi chiave della gloriosa ondata britpop poteva benissimo essere chiusa senza troppi patemi. Invece no. Damon non solo prende in mano la situazioni, di fatto scrivendo gran parte del materiale che poi andrà a comporre “Think Tank”, ma imprime anche una forte sterzata alle sonorità del suo gruppo, colmando il vuoto lasciato dall’addetto alle sei corde con le sonorità elettroniche che già frequentava da qualche tempo. L’ostinazione, alla fine dei conti, pagherà: qualche anno dopo – nel 2008 – Coxon rientrerà nei ranghi e nel 2015 la band pubblicherà l’album di inediti “The Magic Whip”.

Il gran rifiuto al Live 8

Il Live 8, il colossale evento benefico che ebbe luogo il 2 luglio 2005 in undici località in tutto il mondo, riuscì ad avere argomenti extramusicali talmente convincenti da portare Roger Waters a sotterrare – seppure pro tempore, anzi molto pro tempore – l’ascia di guerra per tornare in seno ai Pink Floyd, che per l’occasione regalarono al pubblico la loro ultima esibizione al completo (almeno per quella che era la line-up dell’epoca). Agli organizzatori del super-evento però non diede soddisfazione Damon Albarn, al quale il proposito di fare pressione sui governi dei paesi del G8 affinché il debito nei confronti dei paesi in via di sviluppo fosse cancellato non bastava per fornire la propria adesione. Il leader dei Blur, infatti, contestò ai responsabili della programmazione la scarsità di artisti di colore: i promoter cercarono di riparare aggiungendo un evento separato in Cornovaglia riservato solo agli artisti africani, ma Albarn – comprensibilmente – la giudicò la classica toppa peggiore del buco. L’evento, ebbe a dire, era “troppo esclusivo” e mosso solo dallo spirito di autopromozione dei suoi protagonisti. Con buona pace dei Pink Floyd e di tutti gli altri…

(Fonte: Rockol)

 


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